venerdì 16 marzo 2012

Lucio Dalla: siamo i cattivi pensieri e non abbbiamo parole

Lucio Dalla è morto. Dopo De Andrè, Gaber, Rino Gaetano, un altro eroe della musica d’autore lascia la scena, il pubblico, la sua barca, il suo stile da clown sentimentale. Lascia un vuoto. Perché la mattina del 1 marzo 2012, quando, inzuppando i miei biscotti con la margarina nel latte e caffè, ho sentito al tg “Lucio Dalla stroncato da un infarto”, mi si è stretto lo stomaco. Ho chiamato subito Alberto, con cui ho passato l’estate salentina a circondarmi di ragazze cantando “Attenti al lupo” “Caro amico ti scrivo” e “Disperato erotico stomp”, e divertendomi a spacciare per “nostra” quest’ultima (attenti al lupo la conoscono anche le quaglie e i fagiani, non saremmo stati credibili). Perché le canzoni di Dalla erano scritte per fare stare bene. Su una canzone di Lucio ci puoi ballare o partorire pensieri esistenziali. La puoi suonare in spiaggia circondato da amici e passanti o nella solitudine della tua stanza alle 4 della notte. Alberto mi ha risposto con la solita voce allegra da fuori sede bolognese al dams, ma dopo la mia notizia anche il suo tono s’è spento. 
Io di Lucio Dalla non conosco tutti gli album, i singoli e le curiosità artistiche. So che amava non prendersi sul serio, e che aveva una passione segreta per i vecchi ascensori. So che, in Banana Republic, De Gregori era l’artista sobrio, composto e lui il piccolo diavolo scatenato (vi invito a cercare “Lucio Dalla pazzoide”su youtube). 
Conoscevo il suo amore per il mare e per le barche. So che Caruso venne scritta in una stanza d’hotel dove, anni prima, aveva alloggiato proprio il tenore napoletano cui la canzone è dedicata. So che Lucio continuava a dichiararsi astemio, ma che a vedere i suoi video all’osteria da Vito, in compagnia di Guccini e Vecchioni, mi viene difficile credere alle sue parole (almeno negli anni della gioventù bolognese). So che se n’è andato il cantore dei “gatti neri bolognesi”, delle “puttane ottimiste e di sinistra”, della “potenza della lirica, dove ogni dramma è un falso”. In questi giorni si discute tanto della sua eredità (Dalla non aveva parenti prossimi), dell’atteggiamento del clero che ha praticamente celato la sua omosessualità e il suo legame con Marco Alemanno. A me tutto questo non interessa. Qualsiasi polemica mi sembra sterile al cospetto che bagaglio culturale che perdiamo con la morte di Dalla. 
Mi piace pensare che gran parte di Lucio è racchiuso nelle sue canzoni. Che “4 marzo 1943” e “Caruso” altro non sono che quel piccolo uomo fatto note e melodia. 
E chissà se chi ha scritto “Morire non è nello stile di Dalla, è uno schero” non abbia poi ragione.

Vito Pati

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