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mercoledì 28 marzo 2012

"Avvocato!": la forza dell'esempio di Fulvio Croce.


Un signore anziano, intabarrato in un soprabito nero, scende lentamente dalla sua Fiat 128 scura targata Torino. Prende il cappello, posato sul sedile del passeggero. Il cortiletto interno del palazzo di via Perrone è deserto. Incede un po’ curvo, sorretto dal bastone: la fronte corrucciata e le labbra strette sotto i folti baffi bianchi.
I suoi passi risuonano sui sampietrini, lenti in direzione della scala a sinistra, nascosta nella semi oscurità dell’androne.
Infila una mano in tasca in cerca delle chiavi dell’ufficio, eccole.
“Avvocato!” si sente chiamare alle spalle.
Accenna a voltarsi, negli occhi lo stupore di non essersi accorto della presenza del proprietario della voce, e cinque tuoni esplodono nell’aria.
Cinque colpi sparati a distanza di meno d’un metro, alla schiena.
Si accascia a terra, quasi rannicchiato, con il viso sul marmo freddo.
E’ il 28 aprile 1977 e l’uomo è l’avvocato Fulvio Croce, settantacinque anni, presidente del Consiglio dell’Ordine di Torino: cinque giorni dopo avrebbe dovuto assumere in udienza la difesa d’ufficio dei membri del nucleo storico delle Brigate Rosse: Renato Curcio, Alberto Franceschini, Maurizio Ferrari e Prospero Gallinari.
L’assassinio viene rivendicato dai terroristi con una telefonata alla Stampa e all’Ansa.
Il processo per cui l’avvocato Croce ha dato la vita è stato il primo in assoluto a carico delle Brigate Rosse, il cui attacco al ‘cuore dello Stato’   
si spinge per la prima volta fin dentro le aule di giustizia.

Il comunicato, letto ad alta voce dall’imputato Maurizio Ferrari durante la prima udienza nel 1976, annuncia che “ […] Gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell'infame regime che essi rappresentano. Se difensori, dunque, devono esservi, questi servono a voi egregie eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso fossero nominati d'ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere [...]", rendendo impossibile la prosecuzione del processo attraverso la contestazione della potestas iudicandi, quello che è stato definito "processo di rottura".

I brigatisti revocano il mandato ai difensori di fiducia e rifiutano la nomina di difensori d’ufficio indicati alla Corte, minacciando conseguenze a chiunque accettasse l’incarico. A questo punto, il presidente della Corte d’Assise, constatate le difficoltà di pervenire alla nomina di difensori, incarica della difesa d’ufficio il Presidente Croce; ciò in applicazione dell’articolo 130 del codice di procedura penale dell'epoca ai sensi del quale, nel caso di impossibilità di reperire un difensore d'ufficio, l’incarico debba essere assunto dal Presidente del Consiglio dell'Ordine.

Fulvio Croce, pur consapevole dei gravissimi rischi a cui si espone, accetta l'incarico e sceglie gli altri difensori tra i Consiglieri dell'Ordine.
Sono passati trentacinque anni da quei cinque colpi di proiettile sparati alle spalle, ma l’esempio del coraggio di un uomo che fa della sua professione un baluardo a tutela dello Stato di diritto deve rimanere ben vivo in noi - futuri giudici e avvocati – nella quotidiana lotta affinché la giustizia prevalga sempre su ogni forma di sopraffazione violenta.
Per non dimenticare, Studenti Democratici LUISS invita tutti alla proiezione del documentario “Avvocato!”, prodotto nel trentennale dell’omicidio di Fulvio Croce dall’Ordine degli Avvocati di Torino.

GIULIA MERLO

lunedì 21 novembre 2011

Vedi Cara, è difficile capire se non hai capito già.


E insomma, al netto della retorica dell'a-ognuno- quel-che-si-merita, possiamo dire che all'oggi la nostra generazione ha le canzonette peggiori. Non che ci si voglia sempre lamentare, per carità, ma avere come canzone di formazione 'mi fido di te' di Jovanotti son cose che segnano una storia politica. Soprattutto se il ritornello fa 'cosa sei disposto a perdere?'.
Certo, in questa sfida al giovanilismo più suicida anche Bersani ha sfoderato l'artiglieria, andando a ripescare il sempreverde Vasco di 'Un senso', e anche in questo caso è tutto uno sventolare di accendini canticchiando 'anche se questa storia, un senso non ce l'ha'.
Cose che quasi (ma anche no) fanno invidiare quell'accattivante motivetto che è 'Meno male che Silvio c'è': un po' ripetitivo forse, ma senza il rischio di vaticini nefasti nascosti tra le strofe.
Prima regola delle canzonette: non importa quanto il titolo possa essere azzeccato per la campagna elettorale e importa ancora meno che il fonico sfumi guarda caso proprio su quella rima portajella, se fai il giovane dentro che conosce i gusti dei giovani fuori devi sapere che sulla Smemoranda i testi delle canzoni si copiano per intero, terze strofe incluse, ovviamente dopo averle mandate a memoria.
E pensare che noi di sinistra ci vantiamo da sempre di avere i cantautori migliori, di quelli che si inventavano versi tipo 'una locomotiva/come una cosa viva/lanciata a bomba contro l'ingiustizia' e a nessuno importava che quella santa canzonetta avesse più strofe de 'il 5 maggio" di Manzoni: tutti dico tutti la sapevano a memoria, con buona pace della professoressa di italiano lasciata appesa a un 'dall'Alpi alle Piramidi/dal Manzanarre al Reno', e poi?.
Certo, in fondo un po’ son da capire i politici di sinistra, mica di mestiere tengono rubriche di musica, e poi ci hanno messo quattro-dico-quattro anni a decidersi che dal palco si saluta in versione ufficiale con 'cari democratici', tralasciando quello spinoso 'amici-e-compagni', non si può mica poi sparare in cassa 'Bella Ciao'.
Non che non la si canti più, intendiamoci, quella rimane l'evergreen più evergreen di sempre e non mandarla almeno una volta è sinonimo di sicuro flop da immaginario collettivo. Però adesso serve a scaldare gli animi prima dell'inizio, e per fortuna in questo caso non serve sfumare nessuna strofa.
Certo, c'è da dire che non è facile scegliere la canzone corretta da fine manifestazione, quella che chi è durato ore sotto il palco si fermi per altri tre minuti emmezzo a cantare e che faccia sentir parte di quel qualcosa che.
E qui arriviamo alla seconda regola della perfetta canzone scaldacuore: deve essere cantabile. Di quelle con la strofa che sale e sale fino al ritornello e lì senti la piazza che parte.
Provateci un po' con 'mi fido di te' o 'un senso'. Non è puntiglio, ma Vasco e Jovanotti sono gli unici due cantanti italiani che non cantano. Ora però ci si sta riprovando, adesso a fine manifestazione parte Neffa con 'Cambierà'. E il primo che si lagna che loro-Guccini-noi-Neffa paga pegno e la recita a memoria dal palco, questa ‘Cambierà’, strofe comprese.

lunedì 24 ottobre 2011

QUESTA NON E' UN'ESERCITAZIONE

Siamo sette milioni ad avere tra i ventuno e i trent'anni: possiamo votare al Senato e alla Camera, ci dibattiamo nella babele dell'università o del lavoro e il nostro è un viso giovane. Giovane ma di quell'evanescenza statistica per cui gli esperti ancora non hanno trovato un'etichetta: non più la generazione X del grunge di Kurt Cobain, annegata silenziosamente in un lago di lacrime e incoscienza né tantomeno quella dei Giovani e Belli parricidi del '68.
Questo, in politica, ha un senso storico innegabile: gli ex Sessantottini hanno scacciato i padri padroni e si sono conquistati le redini del Paese, i dimenticati degli anni Novanta invece sono stati inghiottiti da Crono.
Noi abbiamo visto fallire i nostri fratelli più grandi, avviati a fare la stessa fine di Carlo d'Inghilterra e a non raggiungere mai la cima di quella che al tempo dei miei genitori si chiamava scala sociale e che oggi non si chiama per niente, in ossequio al repulisti della toponomastica da Prima Repubblica.
Ciò che ci colloca un gradino sopra rispetto ai trenta-quarantenni da 1000 euro al mese non è la nostra aspettativa di reddito, forse lo è la nostra maggior specializzazione, di sicuro lo è l'accidente temporale per cui viviamo la nostra giovinezza nel momento in cui gli ultimi fuochi di un impero in rovina si stanno spegnendo.
Perdonate, il cinismo è lo strato più spesso della nostra corazza e la semplice verità è che la generazione politica al governo ora - i settantenni Giovani e Belli per capirci - sta per raggiungere il capolinea biologico, giusto in tempo per non provare mai sulla sua pelle che ‘il potere logora chi non ce l'ha'.
Dopo di loro il diluvio?
Questa è la vera domanda, perché quel dopo è alle porte e parlare di ricambio generazionale ora è fumo negli occhi: esso non è che sia possibile, è inevitabile. Anagraficamente inevitabile.
Ecco perché sono irresistibilmente desuete le sonnacchiose serate dei talk show, spese a discutere di ricambio generazionale in politica con una selva di sessantenni uomini sprofondati in poltrona.
Eppure la risposta sarebbe tanto semplice, e l'unica consolazione è il torto che tali gentiluomini fanno alle loro intelligenze mentre discutono: alzatevi, uomini di destra e di sinistra. Alzatevi e lasciate che si siedano donne e uomini che capiscono questo tempo.
Certo, sperare che Hobbes avesse torto quando sosteneva che homo homini lupusforse sarebbe l'ennesima ingenuità che non ci possiamo permettere.
L'ipotesi più verosimile è dunque che sarà un ricambio figlio della sconfitta: non nostra ma della generazione di mezzo, che ha fatto il delfino del re e un bel giorno s'è svegliata vecchia.
Premesso questo, dalle sconfitte ci si solleva, dalle sconfitte si impara.
Perché noi, nati e cresciuti senza la forma mentis da sistema binario che è stata la Guerra Fredda, sappiamo che la crisi si chiama crisi e non è un nome né di destra né di sinistra.
Perché noi sappiamo che gli aerei non si chiamano solo Alitalia, che viaggiano in tutto il mondo e che i cervelli in fuga possono rientrare con un massimo di 14 ore di volo, e che se non rientrano fisicamente esiste Internet.
Ma soprattutto - e questo è il merito che va riconosciuto alla generazione che ci ha educati - non abbiamo dimenticato che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Chiedete ad un giovane cosa vuole: risponderà lavorare.
L'alternativa a questa attesa dell'ineluttabile è quella che beffardamente chiedono a gran voce le eterne primedonne della politica: di essere scacciati, perché la gioventù di oggi si guadagni sul campo il marchio del vincente.
In questo guanto di sfida si consuma il vero fraintendimento rispetto al mondo in cui vivono e che ancora governano, perché non hanno capito che non è la loro politica quella che noi vogliamo fare. Non è la politica accentrata tutta negli oscuri palazzi romani, perché quella fa venire in mente il putridume di Tangentopoli e la corruzione catiliniana di oggi: il malaffare che ha instillato in noi il sospetto che è più di un sospetto, quasi certezza, che chi amministra la cosa pubblica lo faccia per interesse privato.
Questo fango rappreso è ciò che allontana noi figli della crisi, e rischia di farci abdicare al diritto e dovere di prendere nelle nostre mani lo Stato.
Noi giovani parliamo di politica, ne parliamo su facebook, ne parliamo nei blog, e la facciamo quando ci raduniamo in piazza a fare lezione all'aperto perché non ci sono strutture adeguate, quando andiamo a votare ai referendum sull'acqua e a firmare contro la legge-bavaglio.
E - nonostante quanto si creda - parliamo di politica anche stando dentro i partiti, con la conquistata consapevolezza non solo che per quanti lavorano sotto la bandiera con un simbolo ce ne sono altrettanti che sotto quella bandiera non ci vogliono stare, ma anche che questo sia un plus per la democrazia, la quale è tanto più sana quanti più militanti ha, infine uniti sotto quell'ultima garanzia che si chiama Costituzione.
Che ci si arrivi con uno strappo o dopo un'ulteriore attesa, la vera sfida per noi sarà quella di ridare significato e dignità al termine politica, che non ha più come sola voce il partito ma è fatta di una socialità più articolata.
Ecco allora ciò che serve, ciò che ci appassiona: ridare profondità alla parola, fare sì che torni ad essere ‘res publica' e sinonimo di civiltà.
Chi sta al potere forse non se ne accorge, ma già lo stiamo facendo. Lo facciamo ogni giorno quando decidiamo di non lasciare l'Italia, quando scendiamo in piazza contro i tagli all'istruzione, quando vogliamo eleggere per nome e cognome i nostri rappresentanti in parlamento e anche quando decidiamo di darci da fare all'interno di un partito, mettendo a disposizione il nostro tempo e la nostra intelligenza e chiedendo il rispetto delle regole: le primarie e il vincolo tre mandati.
Cambiare è possibile, ma bisogna farlo con la testa invece che con le urla o i piagnistei rinunciatari dei cosiddetti astensionisti del tanto-sono-tutti-uguali, nuova maschera radical chic dei qualunquisti.

(scusate ma siccome è un articolo che ho scritto per un sito di Trento mi hanno chiesto di non copia-incollarlo)